Arana e gli Hippies: una storia maori moderna. 1



Arana prese un lungo bastone di fianco a sé, e cominciò a ravviare i carboni ardenti della brace.

I suoi occhi neri e profondissimi erano due fessure scure ed attente sulle porte del tempo.

Il vento soffiava con rabbia dal mare, sollevando arabeschi di scintille.

Le rughe non avevano per niente intaccato la bellezza del suo moko, guadagno di una lunga vita di meriti e battaglie.

Aveva visto tribù allargarsi, e soccombere sotto i colpi di guerre fratricide. Compagni di sempre morire da giovani sotto i colpi di patu più esperti, e villaggi un tempo ricchi di vita, trasformarsi in polvere nella foresta.

Il suo mana era grande, e ne portava i segni incisi nella carne.

Con l’abilità in combattimento ed il favore degli antenati, aveva camminato a lungo sulla spiaggia del tempo.

Anche se la pelle si increspava in onde sul corpo, sotto di essa i muscoli erano ancora un intreccio poderoso di forza e grandezza.

Ed ora che i capelli avevano i riflessi delle stelle, una nuova saggezza lo accompagnava in un mondo cambiato.

Da circa una generazione, una nuova umanità era arrivata in queste terre: non più i whites conquistatori, ma i whites esploratori dell’anima, con i capelli intrecciati ed i piedi nudi.

Si facevano chiamare Hippies.

Non era più necessario andare a caccia per procurarsi della carne fresca, da quando c’erano certi “shops” in cui un omone rosso come un granchio ti dava tutto il cibo di cui avevi bisogno in cambio di questi…dollari…di cui parlano.

Così per adattarsi al cambiamento, spinto più dalla curiosità che per necessità, si dilettava ad accompagnare alcuni gruppi di pochi hippies attraverso facili sentieri, senza mai portarli nè troppo vicino alle tribù, nè presso i loro luoghi più sacri.

Sotto un tetto di stelle, gradiva davvero la presenza di questo nuovo genere di umanità, trovando più punti in comune che di disaccordo. E anche se il suo inglese delle volte traballava davanti a certe parole più moderne, bastava una risata di pancia ad appianare le incomprensioni.

Certe somiglianze più conviviali e superficiali l’avevano perfino fatto sorridere: come l’uso che questi stranieri avevano di fumare erbe a scopo ricreativo.

Qualcuno di loro, quelli più convinti, erano forti sostenitori di un loro uso più sacro, proprio come le loro sciamane che mangiavano fughi per mettersi in contatto con gli antenati. “Allucinazioni”, le chiamavano. Ma lui alzava una mano e scuoteva lentamente il capo in segno di diniego: quello era comunicare con gli spiriti…. e non capiva questa somiglianza con il “telefono” che i più bonari replicavano.

Bah. Bizzarri.

Però, uno di loro il mese scorso gli parlò di un popolo oltre l’oceano, originario della loro terra.

Indiani D’america, li chiamava.
Guerrieri dalla pelle rossa. Anche loro vivevano divisi in tribù, errando di quando in quando per le terre, coltivando e cacciando. Abili tanto con l’arco che con la lancia, avevano combattuto a lungo l’avanzata degli “americani”, nonostante ne fossero morti a centinaia sotto il fuoco di “proiettili” (che gli avevano spiegato essere piccoli oggetti di metallo che venivano lanciati a velocità altissima da una piccola arma che si teneva nel pugno).

Un modo ingegnoso di combattere, ma poco onorevole, se un ometto ossuto qualsiasi poteva far cadere il più esperto dei guerrieri sotto i colpi di una di queste…pistole.

Fattostà che quella notte di alcune settimane fa, questo hippy dagli occhi curiosi ed il cuore grande, gli raccontò di questi guerrieri coraggiosi, profondamente spirituali, che cantavano al vento, ballavano intorno al fuoco imitando i loro animali sacri ed interrogavano gli spiriti mangiando una pianta succosa che cresceva nel deserto.

Di tanto in tanto, immaginava di incontrare uno di questi guerrieri e di conversare delle loro somiglianze. Chissà, pensava, se una canoa abbastanza grande e carica di viveri poteva portarlo fin lì. Gli avevano detto che ormai esistevano gli aerei per questo, canoe del cielo, ma l’idea di volare come un uccello sopra le nuvole per infinite braccia di oceano non era per lui, nonostante fosse un maori “moderno”.

Così quella sera, ravvivando il fuoco, un ragazzino esile e sgarbato gli chiese perchè si fosse “decorato” la faccia.

– Non si capisce neanche che faccia hai – incalzava lo sbarbato.

– TA MOKO! – sbottò, drizzando la schiena in una esplosione di rabbia che gli infiammò il viso.

Di colpo, quelle linee cesellate nelle pelle non sembrarono così tanto a caso, quando, flesse sopra i muscoli, lo trasformarono in una maschera di follia.

E prima che potesse aprir bocca per fulminare il ragazzo, un’immagine gli corse per la testa: Lui, piccolissimo, seduto ai piedi del padre che gli poneva la stessa domanda.

– Ta moko- ripetè sedendosi.

-Ta Moko è la mia anima. Ta moko sono io. –

Disse sciogliendosi in un sorriso

-Questo è il tatuaggio delle vie gemelle, che bilancia il corpo e la mente, proprio come insegna Tawhaki, che ci ha insegnato tutte le pratiche meditative del nostro popolo. Le linee nere rappresentano il mondo della luce, il nostro mondo, ciò che è vero e tangibile in questa dimensione. Il vuoto tra due linee è lo spazio degli spiriti. Ecco che così il tatuaggio racchiude ciò che c’è in entrambi i mondi: la materia e la forza vitale. Il tatuaggio è sacro. Anche il momento del tatuaggio è sacro. Per alcuni giorni il Tohunga ta moko [tatuatore], il guerriero e la sua famiglia si radunano nel marae. Tutti cantano, ballano, e fanno l’haka chiamando a raccolta gli antenati. E’ un rito sacro, un momento importante nella vita di un maori. –

– E’ una festa? Noi non festeggiamo. Entriamo in un negozio, paghiamo e andiamo via. –

– Questo perchè per voi è una decorazione. Per noi è un modo per cucirci il mana nella pelle, per averlo con noi fino alla morte. –

– Cos’è il mana? –

– Il mana è tutto quello che vedi intorno a te: noi, gli animali, il mare, le piante, perfino il cielo e le stelle. È il potere che esiste in tutto quello che vive. –

– Ma la terra non respira, non è viva –

– Nella terra crescono le piante che danno frutto e l’erba che gli animali mangiano. Cosi tutto il resto vive per lei e con lei. –

Il giovanotto sembrò farsi meno saccente, arricciando le labbra.

– Quindi sono dei talismani praticamente –

– Sono di più. Rappresentano me come null’altro può fare. Sul mio viso trovi traccia di tutto ciò che sono: la mia tribù, il mio modo di combattere, i miei successi…tutta la mia vita di guerriero. E’ sacro, è bello ed è… come dite voi? Carta d’identà? –

Una risata festosa corse giù dalla collina, preludio di una notte piena di sogni, di moko e di luce.

 

 


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